Imprese: il reddito di cittadinanza “scoraggia” il lavoro

Secondo quanto emerge da una serie di interviste ad alcune grandi aziende, il reddito di cittadinanza sembra avere l'effetto opposto rispetto a quanto preventivato.

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Secondo quanto emerge da una serie di interviste ad alcune grandi aziende, il reddito di cittadinanza sembra avere l’effetto opposto rispetto a quanto preventivato.

L’obiettivo di questa manovra economica, infatti, doveva essere quello di incentivare i giovani a cercare lavoro, supportandoli nel periodo di ricerca del posto di lavoro grazie al sussidio in questione.

Quanto emerge da questa analisi però, sembra essere l’esatto opposto. La paura, più che fondata, è che i giovani vengano incentivati a “restare a casa” invece che trovare lavoro.

Dati alla mano, secondo Confindustria, in Italia lo stipendio medio dei giovani under 30 al primo impiego si attesta sugli 830 netti al mese, quindi, solo 50 euro in più rispetto ai 780 euro mensili che un single, privo di altro reddito dichiarato, potrebbe percepire con il reddito di cittadinanza.

Le cifre dei primi stipendi salgono a 910 euro al Nord, ma scendono addirittura a 740 euro al Sud (dove a questo punto, conviene restare disoccupati, almeno fino a quando non si è costretti ad accettare l’offerta di lavoro proposta) e a 700 euro per un neolaureato.

UNA SITUAZIONE INSTABILE

La situazione che emerge è molto preoccupante, perché va a colpire il reddito di cittadinanza nel momento più critico, ovvero quello del suo “debutto”.

Si è detto contrario anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha parlato di effetti di scoraggiamento “rilevanti”, ma anche di come questa misura vada molto a vantaggio dei single e troppo poco incontro alle esigenze delle famiglie numerose. Il reddito andrà a 1,2 milioni di nuclei familiari per 2,4 milioni di persone. Si tratta del triplo delle famiglie coinvolte precedentemente dal Reddito d’inclusione ma – fa notare Boeri – “il 50% dei nuclei sarebbero senza redditi e comunque senza redditi da lavoro” e tra questi “si celano anche gli evasori e i sommersi totali”.

COSA NE PENSANO LE IMPRESE?

Le imprese non si fidano dei Centri per l’impiego, soprattutto per come è messo attualmente il sistema italiano. “La situazione di difficoltà dei nostri Cpi è evidente, si tratta di un fatto noto – ha avvertito Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro e Welfare di Confindustria – Su certi territori ci sono sicuramente delle eccellenze, ma bisogna fare i conti col fatto che circa l’80% dei nuclei familiari da assistere (partendo ad esempio dai dati sul Rei) sono al Sud, dove c’è maggiore difficoltà a far funzionare il sistema del collocamento pubblico”.

Sentiti in audizione anche Assolavoro e Assosomm (due associazioni delle Agenzie private per il lavoro) e Ance, che riunisce i costruttori edili. La prima ha sollecitato il Parlamento a fare «chiarezza sulle responsabilità e sui tempi di realizzazione» del RdC se «si vuole evitare il boomerang dell’insoddisfazione per il governo di una macchina che si preannuncia complessa e numericamente consistente».

Alessandro Ramazza, presidente Assolavoro, ha ricordato che la «condizione necessaria per il funzionamento del RdC è la «corretta distinzione, sia sotto il profilo delle attività che dei soggetti coinvolti, delle misure volte al superamento della condizione di povertà rispetto a quelle di inclusione lavorativa e di avvicinamento formativo al mercato del lavoro».

L’Ance ha invece bocciato i requisiti contributivi per quota 100 che rendono la nuova modalità di pensione anticipata «assolutamente impraticabile» per gli operai edili, «con il perdurare della presenza di lavoratori ”anziani” occupati in attività faticose, senza peraltro la possibilità di effettuare l’auspicato ricambio generazionale».

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